‘Taca a Biennae
La biennale d’arte contemporanea di Venezia aprirà le sue porte sabato 4.06.2011.
In anteprima ieri siamo andati a visitare l’Arsenale – non i giardini, purtroppo, né i padiglioni hors siège. Come sapete non mi piace scrivere recensioni a caldo, ma a mente molto fredda. Ma se volete qualcuno che vi dica schiettamente cosa pensa, e non che cosa c’è da vedere mettendo tutto nello stesso paniere, mi offro.
Che posso dire? Mah.
Ad ogni edizione che passa, eccezion fatta per la precedente di Birnbaum, direi, la Biennale invecchia male. Si capisce che l’arte contemporanea non parla una lingua comune, ma il pubblico è sempre quello. Quel pubblico che ha spesso solo l’interesse di dire ci sono anche io, e di guardare in faccia altri da sé, vestiti in modo stravagante, che condividono quest’interesse gregario. Ad ogni edizione manca qualcuno, qualcuno muore, qualcun’altro va in pensione, e le eventuali defezioni degli aficionados si notano molto di più delle presenze (il dilemma morettiano del mi si nota di più se vado o se non vado qui è pienamente risolto).
Non capisco poi perché è importante andare a vedere la Biennale prima degli altri, in giugno. C’è una corsa alla Biennale che non ho mai capito. Per chi abita a Venezia e hinterland questi sono giorni difficili. Da San Marco in avanti le borse dei turisti diventano le borse in tela che regalano come gadget nei padiglioni (per chi può è immancabile quella che regalano al padiglione degli Emirati Arabi, veramente chic).
E quando avresti voglia di scambiare delle opinioni con qualcuno è dura trovare uno diverso da te. Mi sono accorto di avere spesso opinioni conformiste, o pseudo tali nel loro anticonformismo. Certo che, a leggere la stampa, la critica non fa più critica: tutti entusiasti, tutti d’accordo. Non ho nemmeno capito la differenza tra il vecchio Exibart e il nuovo Arttribune (scusate ma sono rimasto indietro). Passando per il Giornale dell’Arte e Flashart - mi confesso, queste sono le magnifiche 4 fonti – l’Ansa ansia biennale domina la scena. La Curiger è la star del sestriere di Castello (uno dei giornali free in distribuzione, Kaleidoskope, intitolava semplicemente “Bice”) ma non mi pare abbia salvato la patria.
Toh, quest’opinione è mia e ne rivendico la paternità. Non sono nato criticone, ma lo sono diventato vedendo la sproporzione enfatica tra il pubblico e l’oggetto Biennale.
Altre opinioni: troppi video. Sembra la Biennale Cinema. Ok Urs Fischer e le sculture candele. Ok alla stanza che ottunde (il pensiero? la vista? l’equilibrio?) di James Turrell. Un percorso attraverso mobili sventrati, come un campo nomadi, mi ha suggestionato molto, ma non ho avuto tempo di rifletterci sopra e ho dimenticato l’artista. Una sensazione generale di poca cura nella selezione delle cose e di “affastellamento”: le opere non c’entrano niente con il contenitore, purtroppo. Questo il mio giudizio sul lavoro della Curiger all’Arsenale.
Da vedere il padiglione Argentino con grandi sculture in argilla, fatte da un ragazzo dell’80, Adrian Villar Rojas. Queste sculture enormi rappresentano il coagulo materico di “universi alternativi” al nostro: dei menhir “sporchi” che nelle sale delle vecchie “artiglierie” dell’Arsenale inducono qualche meditazione. L’opera, site specific, non a caso si chiama El asesino de tu herencia (L’assassino della tua eredità).
Anche il padiglione croato, artista Tomislav Gotovac, aveva un senso. Una riflessione sul voyeurismo e sul clima spionistico degli anni’60 e ’70 nei paesi oltre la Cortina di Ferro, un’attenzione particolare agli oggetti e ai dettagli…
Il padiglione cinese è molto filosofico: un tunnel fresco nel quale le parole occidentali cascano dall’alto, e con loro il loro significato, mentre al centro il significato grafico dell’arte di matrice orientale rimane (opera di Pan Gongkai). Dentro al padiglione nebbia per non vedere, una fontana d’alcol per non capire (ancora ottundimento), piccoli vasetti come un giardino zen con essenze profumate. Fuori un giardino di nebbia (di Yuan Gong, nella foto sopra), e nuvole all’odore di tè (per la verità più simili a schiuma da barba che a nuvole).
Quanto al padiglione italiano se avete una reazione diversa dalla vergogna e dal vomito siete delle “Capre!” (cit.). Tutto buttato là come ad una mostra di paese ravennate; cose di un kitsch spaventevole. L’operazione era chiaramente destinata a fallire, perché per uscire dalla “mafia” dell’arte contemporanea non si può chiedere ai pezzi grossi di raccomandare qualcuno (e poi quanti sono questi pezzi grossi? Veramente troppi). Non si capisce cosa si faccia di diverso dalla mafia. Crocifissi ovunque, vagine idem, persino tableau astratti e Berlusconi. Anche senza che il “critico” ferrarese postdannunziano muovesse mano, l’Italia si svergogna da sola palesando le sue ossessioni.
E qui tutti d’accordo.









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[...] una bella mostra di arte (2009) e di architettura (2008), una decente di architettura (2010), una porcheria di arte (2011). Il cinema tien saldo con Muller, senza di lui un enigma. La musica è così così da quando se ne [...]