The Murder of Crows

“Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”, diceva qualcuno in Inghilterra qualche tempo fa. Ma di cosa sono fatti i sogni? Come si fa a rappresentarli, per condividerli e far provare le stesse sensazioni che abbiamo provato noi a persone che neanche ci conoscono?

La prima cosa che viene in mente quando ci viene chiesto di raccontare un sogno è descrivere il luogo in cui eravamo, le persone che erano con noi, le cose che abbiamo visto accadere. Immagini, immagini, immagini. Le immagini sembrano il modo più efficace per rappresentare un sogno. Francisco Goya, Gustave Moreau, Odilon Redon, passando per i surrealisti e la metafisica fino a David Lynch o Michel Gondry. Ma sono le immagini la sostanza dei sogni?

The Murder of Crows è un’installazione che occupa una sala intera, ora all’ultimo piano del Kiasma di Helsinki, utilizzando 98 casse e un grammofono. Mentre una voce di donna racconta i sogni dal grammofono posto al centro della stanza, le casse circondano lo spettatore con chitarre elettriche, pianoforti e violini distorti, canti tibetani e cori russi antifascisti, scricchiolii e gracchiare di corvi. La natura inquietante dei tre sogni contribuisce a rendere l’esperienza totalmente coinvolgente, evocando situazioni sconnesse che vanno a fondersi in unico racconto e ad assumere senso come i dettagli di un quadro surrealista.

Come succedeva nella loro installazione alla Biennale di Architettura di Venezia del 2010, The Forty-Part Motet, l’”ascoltatore” è chiamato a muoversi nello spazio, a esplorare le diverse fonti del suono e a scegliere quale punto d’ascolto privilegiare.

In quell’installazione Janet Cardiff e George Bures Miller si inserivano in una mostra d’architettura costruendo uno spazio fisico attraverso un’architettura sonora. In questo caso, il suono costruisce l’evocazione precisa e totalizzante dei sogni.

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